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Quarantena a Tianjin

Quarantena a Tianjin

10 settembre 2020

Oggi è il giorno che 307 italiani, tra imprenditori e famiglie, separate a causa del Coronavirus, aspettavano da 8 mesi. Siamo il terzo volo charter, organizzato dalla Camera di Commercio Italiana in Cina. L’iter per poter ottenere il nuovo visto speciale che permette di poter finalmente varcare i confini cinesi e approdare alla Terra di Mezzo, è durato un mese, ma con esito positivo. Finalmente potrò vantare di detenere il record per più tamponi fatti in un anno e per più quarantene affrontate in differenti location. La prima nella mia dolce accogliente casa a Roma, un gentile training a quello che mi sarebbe aspettato in Cina, dove sono obbligatorie le quarantene centralizzate, ovvero in strutture alberghiere scelte dal governo cinese.

Ero consapevole che una volta che l’aereo avrebbe toccato il suolo Cinese, avrei dovuto accettare pazientemente le mille sorprese che mi si sarebbero potute presentare, a partire dall’albergo sconosciuto in cui sarei dovuta alloggiare per 15 giorni, senza mai lasciare la mia camera e senza poter ricevere alcuna visita. Il volo da Milano Malpensa atterra a Tianjin, una città a 130 km da Pechino, al nord della Cina. Una volta arrivati ci vengono a prendere sull’aereo, tutti sigillati in una tuta bianca con visiera, occhialoni, guanti da terapia intensiva, stivali di gomma e scotch per chiudere le maniche delle mani e delle gambe, onde evitare alcun possibile contagio. Veniamo incanalati verso posti di controllo divisi a file: moduli di salute, movimenti passati e futuri, distribuzione di istruzioni e il terzo tampone dell’anno.

 Ci hanno fatto sedere con la testa all’in sù, ognuno aveva la libertà di poter guardare il malcapitato, di fronte a lui nella fila, soffrire. Non c’è ne era uno che non imprecasse contro la poca delicatezza dei dottori, affermando che riuscissero magicamente a toccare il cervelletto. È il mio turno, li minaccio gentilmente di far piano, dopo avermi quasi strozzato, nel naso mi è sembrato un gioco da ragazzi.
Una volta finiti tutti gli step all’interno dell’aeroporto, veniamo messi su dei pullman scortati dalla polizia verso il luogo dell’isolamento precauzionale. Riusciamo a scoprire la prima sorpresa, il nostro albergo era il ‘Victoria Hotel’, tipico albergo cinese, con nome sopra le righe per fare sembrare il tutto lussureggiante e probabilmente calmare le anime occidentali. 

Arrivati di fronte all’albergo, dobbiamo aspettare che le nostre valigie vengano disinfettate, cominciamo a ricevere le prime foto delle stanze dai nostri compagni di quarantena, stanze con vista muro, tubi o cestini dell’immondizia. Ti guardi attorno sull’autobus e dalle faccia sorridenti in aeroporto, vedi la gente che comincia a tirare su grandi respiri e a stamparsi un finto sorriso sulla faccia. Dovevamo farci forza l’uno con l’altro. V i viviamo tutti in Cina da anni , probabilmente abbiamo dovuto superare esperienze ben peggiori di questa. 

Sotto consiglio di una mia amica, arrivata in albergo con il primo bus, vado al banchetto dei piani alti e riesco ad ottenere una stanza al 19esimo piano. Si sa, più in alto vivi, più le case sono belle in Cina. Speravo che questo concetto valesse anche per gli alberghi ed effettivamente la mia stanza aveva una bella e ampia vista sulla città. Tutto quello che mi bastava per poter sopravvivere e sognare la mia futura libertà. Purtroppo, invece il mio piano di fuga, era sfumato. Non mi sembrava più una buona idea calarmi di notte dalla finestra, del penultimo piano, annodando le lenzuola. Forse avrei potuto attendere la liberazione. 

È così che la mia quarantena incomincia. Sembrava di essere i primi esseri umani in vacanza su Marte, dovevamo essere testati prima di essere messi a contatto con la popolazione locale al fine di evitare un contagio delle nostre banali malattie da terrestri. I più coraggiosi ci portano i pasti 3 volte al giorno: alle 8 di mattina la colazione, poi alle 12.00 il pranzo e alle 18.00 la cena. Le prime volte uscivo dalla camera dotata di mascherina, per poterli educatamente salutare e ringraziare, ma capisco subito di non essere ben accetta: all’apertura della mia porta, uno dopo l’altro ritraggono la testa, come se fossero delle tartarughe impaurite, e si strizzano la corda del cappuccio al massimo, unico punto da cui può entrare dell’aria nella loro tuta, sicuramente riprodotta prendendo spunto da Neil Armstrong. 

Ogni pasto viene servito in una vaschetta di plastica avvolta in sacchetto di plastica, per aggiungere forchetta, coltello e cucchiaio in plastica a loro volta singolarmente avvolti in una bustina di plastica. Utilizzando soltanto le bacchette di legno per mangiare il cibo cinese, decido di conservare tutta quella plastica monouso che come era stata prodotta, sarebbe stata cestinata senza essere riciclata perché considerata potenzialmente infetta. Se calcoliamo di essere in 307 persone, ospiti del Victoria Hotel, che ogni giorno per 15 giorni ricevono 3 volte al giorno, 3 diverse posate in plastica, arriviamo a quota 41.445 posate utilizzate, durante la nostra unica quarantena. Oltre alle posate e alle vaschette in plastica, siamo stati dotati di casse da 12 bottigliette d’acqua da mezzo litro, anziché fornirci le tipiche taniche da 8 litri o delle bottiglie grandi. Tutta plastica che anche questa non verrà riciclata, per paura di poter incrementare il contagio, dato che il virus può sopravvivere sulla plastica per circa 72 ore. 

Questo è un esempio dell’aumento del consumo di plastica, causa Covid-19. Anche noi che abbiamo affrontato un periodo di lockdown, durato 3 mesi, avremo visto in casa nostra un aumento del consumo di plastica usa e getta, dalle confezioni di frutta e verdura, agli imballaggi di ogni genere alimentare, dai flaconi dei detergenti alle bottiglie d’acqua, di cui è aumentato sensibilmente il consumo domestico. Inoltre, quanto pare i dati dicono che la gente, in questo momento di pandemia, si fida più di un incarto di plastica, che dei freschi sfusi (ma, per dovere di cronaca, sono dati che vedevano già l’anno scorso un incremento dell’imballato rispetto al fresco). L’idea del consumatore è che la plastica fungerebbe da barriera per il virus, ma purtroppo non è ancora provato.

Il covid-19 ha moltiplicato i rifiuti di plastica anche in altri modi. Per esempio, ha fatto crollare il prezzo del petrolio. Dato che è il principale componente della maggior parte dei tipi di plastica, i costi di produzione sono scesi, sottolinea David Xi dell’università di Warwick. Questo ha disincentivato le aziende a utilizzare plastica riciclata. 

Durante la fase più dura della pandemia, la sicurezza ha occupato senza dubbio il primo posto nei pensieri di ognuno di noi, mentre le tematiche ambientali sono state messe inevitabilmente in secondo piano. È importante però considerare l’emergenza coronavirus come un monito a rispettare maggiormente la natura per il bene del nostro Pianeta e dell’umanità intera.