Viving

Diventa parte del Cambiamento

Il primo incontro di una Viver con il Fast fashion

Il primo incontro di una Viver con il Fast fashion

Premetto: sono sempre stata un’amante dello shopping e dei vestiti.

Non ho mai avuto i soldi necessari a rifarmi il guardaroba di Gucci e quindi, per molto tempo, ho fatto il ragionamento di tanti (per non dire di tantE): scegliendo negozi come Zara, H&M, Topshop  in modo da possedere una quantità tale di capi che mi permetta di non indossare mai lo stesso abito nell’arco di un mese intero.

Non mento a me stessa, né tantomeno a voi.

Crescendo poi, ho iniziato a preferire meno vestiti nell’armadio, ma di migliore qualità.

Perché io, comunque, mi ritengo una “conservativa”: se acquisto qualcosa è perché è stato un colpo di fulmine e dovrà necessariamente durare a lungo.

Come è stato detto durante la discussione a seguito del Cineforum svoltosi Sabato 16 Novembre presso la parrocchia di Sant’Agnese, molti/e di noi danno pochissima importanza a ciò che comprano pensando che “costa talmente poco!”.

E così si acquista senza pensare se quel capo ci piaccia veramente, ma ancora meno, se effettivamente ci serva!

Figuriamoci se poi ci mettiamo a controllare l’etichetta di quel capo per scoprirne la provenienza geografica, la storia di chi lo abbia prodotto e dei materiali che lo compongono.

Ecco, è di questo che abbiamo parlato al nostro secondo incontro. Ma soprattutto abbiamo ascoltato, visto e imparato grazie al docu-film “The True Cost” diretto da Andrew Morgan nel 2015, riguardante la Fast fashion industry il quale fornisce una visione verace di realtà che sembrano tanto lontane da noi, ma che in effetti non lo sono poi così tanto. Ci basta pensare che l’80% dei capi che indossiamo quotidianamente proviene proprio da queste realtà.

Il film si è soffermato principalmente sull’impatto umano che l’industria tessile ha; il vero sfruttamento dei lavoratori del Terzo mondo, che rischiano la propria vita, lavorando in condizioni di precarietà strutturale e assenza di ogni tutela, ogni giorno solo per poter sfamare la propria famiglia.

E i proprietari delle fabbriche, che si ritrovano sempre più strozzati perché costretti a ridurre ogni anno i prezzi fatti ai loro clienti, per risultare competitivi e vincere il business che gli arriva dalle grande case di moda d’occidente. E tutto ciò, alla fine, su chi ricade? Sulle persone che lavorano in fabbrica, le quali non possono permettersi di ribellarsi, perché non hanno alternative.

Allo stesso tempo si parla di problematiche legate all’utilizzo di pesticidi e agli OGM nella coltivazione di materiali primi alla produzione tessile come il  cotone, i quali  si sono rivelati assolutamente pericolosi per la salute umana, provocando malattie gravissime e tumori letali.

Alla fine della visione, Andrea, uno dei Vivers esperto del settore, ci ha parlato dell’industria tessile soffermandosi ulteriormente sull’impatto che questa ha sull’ambiente: è la seconda industria più inquinante dopo quella petrolifera!

E’ importante conoscere questi dati, scoprire che le discariche sono sempre più “cariche” perché viviamo in un mondo in cui tutto sembra girare intorno al consumo e non lasciamo fare alla natura il suo corso, perché non c’è tempo, perché bisogna produrre, e di conseguenza bisogna vendere il più possibile.

E ciò che viene venduto non deve essere di ottima qualità: deve rispondere infatti alla logica di questi tempi, una logica  “usa e getta”.

Il nostro obiettivo, per noi Vivers, ma anche per voi che ci leggete, è quello di provare a cambiare mentalità. Non bisogna per forza essere estremisti.

Bastano piccoli accorgimenti, come per esempio:

  • Controllare da dove provenga un capo prima di acquistarlo;
  • Preferire capi di qualità affinchè durino nel tempo e non siano da cestinare dopo averli indossati tre volte;
  • Se qualcosa ci si è rovinato, provare ad aggiustarlo invece che approfittarne subito per andare a compre un nuovo capo.

Alle volte basta poco!

Greta