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Facciamo un po’ di chiarezza sulla plastica

Facciamo un po’ di chiarezza sulla plastica

Malgrado la plastica sia presentata come una questione preoccupante ed un problema da risolvere, la sua produzione continua a crescere regolarmente. A dispetto della percezione globale, infatti, abituata a vedere la risoluzione del tema della plastica al centro della programmazione europea come soluzione per fronteggiare l’emergenza climatica, la produzione e l’utilizzo di questo materiale cresce esponenzialmente da quasi 60 anni. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Storia di un materiale popolare

A partire dal secondo dopoguerra, la plastica si afferma come materiale prediletto dell’era della modernità. Secondo le stime di Plastics Europe, l’associazione dei produttori di materiali plastici,  la produzione globale di plastica da materia prima vergine è passata dalle 15 milioni di tonnellate stimate a metà degli anni ’60,  a 359 milioni di tonnellate nel 2018.

La storia di questa crescita senza precedenti si spiega con la rivoluzione che questo materiale ha portato in diversi settori grazie alla sua versatilità ed economicità. Nel settore dei trasporti, la plastica ha permesso la produzione di veicoli più leggeri e più efficaci in termini di efficienza energetica e di emissioni prodotte. Nel settore della  logistica e della catena alimentare del cibo, l’utilizzo di imballaggi in plastica ha svolto un ruolo determinante per il miglioramento dei sistemi di produzione e distribuzione, sia in termini di riduzione degli sprechi che di conservazione degli alimenti. A fronte di questi dati, quali sono i problemi che questo materiale pone dal punto di vista ambientale?

I problemi che i prodotti in plastica pongono dal punto di vista ambientale sorgono da due fattori principali: la gestione del loro fine vita e una percezione falsata del loro valore.

La gestione del fine vita dei prodotti in plastica

Si stima che dal 1950 ad oggi circa metà della plastica prodotta sia finita in discariche e che solo il 9% della plastica utilizzata sia stata correttamente riciclata.[1] Si pensi soltanto che, nel 2018, dei 29.1 Mt di rifiuti in plastica raccolti in Europa solo il 32.5 % è stato riciclato.[2]

Tuttavia, se non gestita correttamente e dispersa nell’ambiente, la plastica vi permane per più di decenni (il tempo di smaltimento di una bottiglia, ad esempio, tocca addirittura i 5000 anni). Oltretutto, anni di evidenze scientifiche ne hanno accertato l’effetto di contaminazione tossica che interessa l’aria, il suolo, i laghi e gli oceani. Particolarmente preoccupanti sono i livelli di presenza tossica nei mari, specialmente per quanto riguarda le cosiddette microplastiche e nanoplastiche. Secondo le stime di Ocean Conservancy, 8 milioni di tonnellate di rifiuti entrano ogni anno nei nostri oceani, che ad oggi ne ospitano già 150 milioni.[3]

Questi numeri certamente allarmanti riflettono due difficoltà cardine nella gestione del fine vita dei prodotti. Da un lato, è la composizione chimica della plastica a comportare importanti ripercussioni sulle modalità di gestione e di riciclo: il numero elevato di polimeri che compongono questa grande famiglia, con differenti cicli di vita e gradi di riciclabilità (alcuni tipi di plastica non sono riciclabili affatto), non favorisce lo smaltimento di questo materiale. A complicare lo smaltimento, inoltre, è la progettazione di prodotti crescentemente complessi e che utilizzano una combinazione di diverse tipologie di plastiche: se la maggiore complessità è funzionale ad aumentare la performance dei prodotti, la contropartita è un’ulteriore difficoltà per il suo riciclo.[4] Questi fattori pongono problemi e conseguenti costi…

Money makes the world go round…

Se, da un lato, le difficoltà che rendono più complesso il riciclo di questo prezioso materiale sono oggettive, altrettanto oggettivo è che il mercato del riciclo è un mercato inefficiente perché non profittevole. L’ultimo report dell’OECD sul mercato del riciclo della plastica[5] evidenzia le numerose barriere sia economiche che tecniche che impediscono il decollo di questo settore: (i) la concentrazione di questo mercato (basti pensare che negli ultimi 10 anni, fino al ban nel 2017, la Cina ha importato circa due terzi dei nostri rifiuti solidi, plastica compresa) che la rende vulnerabile a shock di mercato; (ii) il costo elevato dei prodotti in plastica riciclata, che ne determina una riduzione drastica della domanda. D’altro canto, se la plastica vergine, costituita sostanzialmente da gas e petrolio, ha costi di produzione ridicolmente bassi, perché mai un’azienda dovrebbe scegliere lo stesso materiale ad un prezzo maggiorato?[6]

Cosa si può fare: noi, voi e loro.

Le possibili risposte che i governi possono proporre sono molteplici: da tasse sulla plastica vergine, per favorire una concorrenza tra i prodotti riciclati e quelli vergini, a investimenti in ricerca e sviluppo per favorire tecnologie per lo smistamento, il riciclo e la pulizia di plastiche ad oggi non recuperabili. Il tutto accompagnato da investimenti per la transizione di quelle aziende che la plastica la producono (stiamo parlando di un settore che offre lavoro a 1.6 miliardi di persone solo in Europa) e che devono essere convertite.

Seppure le responsabilità fra noi (consumatori) e loro (produttori) non sono equamente condivise, noi, dal canto nostro, dobbiamo prendere coscienza che la risoluzione dei problemi ambientali non passa certamente per la demonizzazione di un materiale. Ciò che è invece fondamentale in questo periodo storico è l’informazione e la consapevolezza che (i) ad essere insostenibile è il modello di economia lineare (risorsa-consumo-rifiuto); e (ii) che la mera sostituzione con materiali compostabili non può rappresentare la soluzione (dal momento che la sostenibilità di questi stessi materiali è molto dibattuta ). Dobbiamo, insieme agli stati, ai produttori, e all’intero sistema economico, abbracciare un nuovo modello non più lineare ma circolare,[7] che ristabilisca il valore di quelli che oggi chiamiamo rifiuti e ci esorti a guardarli come risorse, che ci veda come utilizzatori e non come consumatori, e che funzioni come un sistema in grado di progettare i prodotti perché siano riutilizzabili, con parti disassemblabili e riutilizzabili e che producano rifiuti riciclabili. Questo cambiamento necessita la nostra consapevolezza, attenzione e qualche piccolo sforzo.


[1] R. Geyer, J. R. Jambeck, K. Lavender, ‘Law. Production, Use, and Fate of all Plastics ever Made, Science Advances’, (July 19, 2017).

[2] Cf. Plastics – the Facts, 2019.

[3] https://oceanconservancy.org/trash-free-seas/plastics-in-the-ocean/.

[4] Il futuro del riciclo della plastica nella circular economy; Corepla, 2018.

[5] Improving Markets for Recycled Plastics:Trends, Prospects and Policy Responses; OECD, 2018.

[6] J. Ambrose, ‘War on plastic waste faces setback as cost of recycled material soars’; The Guardian, 2019.

[7] Ellen McArthur Foundation. What is the circular economy?’.